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Lascia correre il pensiero"Carpe diem" 02 novembre Domani![]() Trattengo il respiro , espiro e poi respiro profondamente. Decelera il battito del cuore, acquista un ritmo regolare. Allungo le braccia staccate dal corpo, le mani strette a pugno faticano ad aprirsi. Sento il sangue scorrere ed io riesco a percepirne il fluire,riesco a seguirlo nel suo percorso,mi affascina,mi spaventa. Socchiudo gli occhi,come si fa da bambini,quando si ha paura di qualcosa...si socchiudono appena lasciando una microscopica fessura per vedere cosa accade, ma il buio è un sudario impenetrabile. Cerco la concentrazione , il mio punto focale si annida all’incrocio delle sopracciglia, da lì cerco di vedere dentro di me. Inizio dalla punta dei piedi, vedo scorrere i legamenti , i leggeri fasci di muscoli, le ossa con i loro snodi, li esamino lentamente ; vedo il fluire dei nervi e prendo a risalirli. Arrivo agli organi interni e perdo la concentrazione, tento inutilmente di svuotare la mente ma la tua immagine si fa sempre più presente; ad essa è collegata una lista interminabile di pensieri , di sensazioni, di una voglia insopprimibile e irrealizzabile, il razionale si disperde nell’irrazionale. Il sonno tarda ad arrivare , lui potrebbe spegnere la realtà , farmi sognare e condurmi fino al risveglio in un mondo dove i desideri si realizzano , dove sei accanto a me e posso sentire la tua pelle ,la tua voce. Tra le pieghe delle lenzuola si annidano i miei sogni ma non riesco ad accenderli e spegnere la realtà. Sudo pensieri sul cuscino. Stringo i denti. Qualcosa di caldo scivola sulla mia guancia ; arriva all’angolo delle mie labbra , un gusto salato mi colpisce i sensi allenta la tensione, la mia mano , come colta da un moto indipendente sale a spazzare il viso da questa presenza ingombrante e spazza anche la sensazione di angoscia. Una sensazione di pace pervade il mio animo e aspetto il domani che sarà uguale a tanti domani o forse ..no. 08 aprile Fiori&spineSto
scrivendo su fogli di niente parole di vento, sento la tua presenza
vicino a me. Sei seduta lì di fianco, io continuo ad ignorarti perché
so che mi stai guardando. Scrivo parole sull'acqua, punti interrogativi
nell'aria, evito di guardarti , scelgo il buio, cammino sugli specchi. Sento i tuoi occhi su di me, intensamente, che cercano di penetrarmi, che sembrano parlarmi tra i pensieri. Ti offro la mia pelle , scrivi i tuoi sogni , incidi la tua memoria. E i tuoi occhi sono lì, infatti, su di me. Ancora fermi, ancora intensi , brillano Voglio sentire sulla mia pelle lo scorrere del tuo essere, il fluire dei sensi, il graffi sulla mia anima. Il silenzio è pesante, un muro alto, spesso. Nulla passa , sei liquida , nessun graffio , nessuna scritta . La mia pelle resta intonsa, nessun scritto. I tuoi occhi sono opachi, il brillio è scomparso ,oppure ho creduto di vederlo , una illusione, non sento nulla tra i pensieri. La tua presenza diventa un peso, il tuo sguardo un dardo fastidioso. Basta un niente e la prospettiva muta i fiori in spine. Mi allontano senza guardarti , la tensione scema , devo andare lontano perdermi nella moltitudine ,bere le emozioni che tu non mi sai dare. Sfiorita nell’illusione che il tempo non passi e si possa sempre recuperare quello che si perde. Tu hai perso ma io non ho vinto. Ci perderemo in altre illusioni, cercheremo visi tra la folla nella speranza di trovare l’altra metà della mela , ci perderemo nel fondo di qualche bicchiere aspirando emozioni a poco prezzo. Raccoglieremo un pezzo d’amore tra gli sgabelli di qualche bar, calpesteremo i cocci di una dignità a brandelli. Io ho perso ma tu non hai vinto. Non sento più la tua presenza, sento il vuoto, sento il freddo, sento la mancanza, sento il rumore di illusioni che rotolano Che si infrangono, si spezzano, si frantumano , si feriscono. Vaghiamo in cerca di altre illusioni, le costruiamo senza fondamenta, oscillano instabili. Ritorniamo alle nostre certezze. Abbiamo perso tutti e due. 07 settembre Forse avrei dovuto capirlo“itopinonavevanonipoti”
“Piacere, mi chiamo Anna, un nome palindromo ...lo sai?” Certo anche “SS” (esse esse) è un acronimo palindromo ho pensato ma non ho detto niente, forse la battuta era stata detta per stupirmi o per misurare il mio grado di ignoranza. La cosa era finita li o meglio avrebbe dovuto finire li invece sono andato avanti. A pensarci bene la presentazione era stata illuminante ma avevo gli occhiali da sole, il corpo era snello e il profumo buono , forse un po’ troppo dolce. Forse avrei dovuto capirlo quella volta che siamo andati ad un sagra di paese : “Pansoti al sugo di noci e panissetta “ con tanto di orchestra. Ti sei presentata con tanto di top color oro ,con tanti strass che swarosky sarebbe stato geloso, una gonna a ¾ con tanto di volan e scarpe da ballo con mezzo tacco legate sopra la caviglia. Hai smosso con la punta della forchetta i pansoti , hai sostenuto che la panissetta era troppo unta. Ti sei presentata sulla pista da ballo come una soubrette provando il fondo come in una fase di riscaldamento per i mondiali di ballo. Hai sostenuto che era scivoloso , hai preteso che un volontario locale cospargesse la pista di sale, hai passato le seguenti due ore a lamentarti che la pista era impraticabile e che non potevi ballare con uno che aveva le scarpe con la suola di gomma. Hai chiuso la serata dicendo che avevi la pelle d’oca per il freddo. Ti sei incazzata perché non ti ho chiesto di salire da te. Forse avrei dovuto capire qualcosa dalla tua pratica di cambiare sempre la firma sui tuoi assegni e di lamentarti con me e con i cassieri della banca perché nessuno faceva caso alla diversità della firma per poi incazzarti come una iena perché hanno bloccato il pagamento di un assegno. Ti sei lamentata con il direttore perché ti aveva fatto fare una figura di cacca con la tua estetista. Come la sera che ti ho invitato a cena a mangiare pesci, ho scomodato un amico ispettore di polizia per raccomandarmi ad un ristorante esclusivo. Lui mi ha presentato come un suo superiore e siamo stati ricevuti in pompa magna. Ti sei presentata vestita come la dea del mare, un vestito vaporoso, attillato nei posti giusti, una scollatura da svenimento, tacchi da vertigini permanenti. Abbiamo attraversato l’assembramento di aspiranti commensali in un mormorio misto di invidia e ammirazione . Hai attraversato la sala da pranzo, rifiutando sdegnosamente un tavolo centrale per avvicinarti alla finestra che dava sulla scogliera, il cameriere ti ha accostato la seggiola mentre ti accomodavi dimenticandosi di chiudere la bocca e distogliere lo sguardo dal tuo balcone in mostra. Hai discusso con il cameriere riguardo al menu, hai preteso che il proprietario venisse al nostro tavolo, hai rifiutato in maniera imbarazzante ogni proposta culinaria contenente prodotti ittici, hai richiesto insistentemente della carne nonostante il proprietario ti confermasse che nel suo ristorante si cucinavano solo piatti a base di pesce ma nei suoi occhi leggevo che un po’ di carne lui sicuramente te l’avrebbe servita. Siamo usciti mentre insultavi il ristoratore e la sua progenie e io conversavo amabilmente con il mio imbarazzo che non mi ha lasciato finchè non ci siamo fermati ad un Take-way dove hai preso una pizza che hai sbranato appena fuori , sul marciapiedi mentre gli altri avventori mi guardavano come se fossi un pezzente che era uscito con la principessa. Un sospetto mi è venuto nella notte mentre rivedevo ala moviola tutta la serata passata. A mezzogiorno hai voluto incontrarmi, io volevo evitare accuratamente di entrare in argomento. Tu eri piccata , avevi un tono duro, mi hai comunicato con tono preciso: “ I miei ex quando mi invitavano a mangiare pesci era solo un modo di dire , un eufemismo ! “ Ti ho guardata , non potevo esprimere tutto quello che mi passava per la mente, l’insulto più tenero era da codice penale. Tu aspettavi una risposta imperterrita . La luce si accesa improvvisamente nella mia mente: “ i topi non avevano nipoti “ forse è una frase senza senso ma è palindroma. Tu mi hai guardato perplessa , stupita , ti sei resa conto di avere a che fare con un pazzo. Mentre stavi per aprire bocca il mio cellulare si è messo suonare. Era solo una che aveva sbagliato numero e mentre mi avviavo verso la libertà ne ho approfittato per chiederle “ mi scusi ma se un uomo la invita a mangiare pesci ,lei pensa sia un eufemismo ?” 03 giugno InOutGuardavo
le pareti che delimitavano la stanza e mi sono chiesto se non ci fosse
né un interno né un esterno per lo spirito dell’essere, né corpo né
anima, nessun lato opposto ad un orientamento qualsiasi, le nostre
topologie definite dal fatto che non possiamo mai aggirarle arrivando
dall’altra parte, ma che sono sempre lì , entrambe dall’altra parte che
la fissano confusamente, con nostalgia, con tanta apprensione e
impazienza. Ma l’orizzonte per un miope è più vicino? Forse è più finito ? Domande che si contrappongono alla definizione di infinito e al chiedersi se il pensiero ha una direzione nello spazio. I pensieri verranno da Sud in direzione Nord o dall’alto verso il basso? molti hanno una direzione in senso orario o antiorario e sono quelli che non vanno da nessuna parte e sono nell’infinito. Edward Said diceva:” Il riuscire a costruire la tautologia secondo cui si comincia sempre dall’inizio dipende dalla capacità della mente e del linguaggio di manifestarsi secondo il proprio opposto e perciò di muoversi dal presente al passato e viceversa, dalla complessità a una semplicità anteriore e viceversa o da un punto all’altro come in un cerchio.” Se ti richiudi in te stesso non andrai da nessuna parte.
Questo potrebbe essere l’inizio di una storia che potrebbe non essere subito compresa. Una storia è solo una storia. 16 maggio Segni
Le persone si lasciano dei segni addosso, incontrandosi, segni profondi, invisibili a volte o appena percettibili in uno sguardo o in una ruga. Incontri che ti segnano pesantemente , ti condizionano il futuro, lasciano segni indelebili, altri scivolano via lasciando tracce evanescenti che si perdono nell’indifferenza. Alcuni sostengono si tratti propriamente di chimica, o di fisica, di un'alterazione delle molecole o degli atomi, del loro disegno, una alterazione della struttura molecolare, perché quell'impronta apra uno iato di desiderio o predisponga al riconoscimento del nemico che ci sia empatia o meno. Altri pensano più semplicemente, forse a delle increspature dell'anima a leggeri graffi. Altri incontri lasciano cicatrici profonde con i contorni decisi sui quali si può far scorrere le immaginarie dita della mente e ricordare quando sono state incise. Altri incontri lasciano dei frame che scorrono nella mente quando ci predisponiamo al ricordo, altri scorrono via lasciandoci un senso di vuoto e anche quello è un segnale. A me non interessa qui sapere di cosa si tratti, chi abbia ragione, o se ci siano altre spiegazioni, o se invece non sia un insieme di tutto o cosa altro. Qui potrei raccontare di come uno di quei segni abbia agito, si sia sviluppato si sia trasformato ,senza pretendere di spiegarne le ragioni. Potrei... quando avrò trovato la ragione di evidenziarne uno rispetto ad altri ...forse. 10 maggio Una storiaUna storia
Questa è una storia d’amore ma anche di amori. 30 aprile L'ultima luce
I passi si inseguono posandosi Come intorpidito Penso a quando ti rivedrò, cerco la luce, il mare. 29 aprile Pozzi di vuoto
I visi si avvicinano fino a fermarsi ad un centimetro l’uno dall’altro, si convogliano in quel centimetro che li divide un concentrato di aspettative, in quello spazio che segna la misura tra un niente ed un bacio, uno spazio destinato a scomparire, è questione di attesa, del piacere di un’attesa, del piacere di mantenere quel centimetro immobile, senza fretta. Il centimetro può diventare un metro o una distanza indefinita ma quel centimetro ha stabilito che la soglia si può superare . Poi di nuovo il centimetro ripetuto è un invito e nello spazio tra le due labbra sconosciute si sente l’attrazione che si fa prepotente. Il bacio è ineluttabile. Dopo qualche secondo hai la sensazione di aver sprecato qualcosa di prezioso ma il braccio che ti sfiora mura le remore . Nemmeno due ore dopo con la mente schiarita la guardo mentre si riveste,
mentre raccoglie i suoi indumenti sparpagliati, mentre mi scarabocchia
un numero di telefono, mentre mi dice di chiamarla , mentre guardo la
sua schiena che sparisce di là della porta sento una sensazione dentro
che si espande che cerco di non palesare perché sicuro fa male. “Cazzo , come sprechi il tuo amore ...io proprio no”. E
quando sento la porta che si chiude dietro di lei ciò che rimane è un
numero di telefono, che probabilmente non chiamerò e quella sensazione
di vuoto collegata a quel gusto un po’ amaro e il pensiero che non è
così che si costruisce un amore ma solo un pozzo di vuoto. 08 marzo Vivere nel terrore
La luce scacciava gli ultimi refoli del buio portandosi dietro il lezzo di un giorno nato già morto. La mente si riempiva del terrore del vivere un altro giorno con lo spettro della morte dietro ad ogni angolo. Questo senso di precarietà limitava ogni movimento , il futuro era una chimera e il tempo di previsione era nello spazio tra un buio e l’altro. Oggi avevo deciso di ripetere l’esperienza di portare i bambini in quel campetto a pochi metri da casa , appena fuori dal quartiere. La fobia dei luoghi affollati ormai era imperante, nei mercati la morte arrivava improvvisa , falciava corpi senza selezione non distingueva giovani o vecchi li accomunava nella condivisione del viaggio senza ritorno. Stringevo i bambini attorno al mio chador , la strada era poco frequentata e ogni movimento era guardato con sospetto. Prima le donne erano obbligate a camminare con gli occhi bassi adesso ogni passo era seguito da uno sguardo attento e sospettoso. Il campetto , circondato da una rete rugginosa e devastata, era già frequentato . Un gruppetto di bimbi correva dietro a un pallone deforme, alcune bimbe vezzeggiavano stracci legati a forma di bambola e giocavano alle mamme , su tutti lo sguardo vigile di un gruppetto di donne avvolte nelle vesti nere che mormoravano sommesse. Mi avvicinai lentamente e una di loro mi fece posto su una larga pietra che fungeva da panchina, il maschietto prese a rincorrere la palla mentre le due femminucce rimasero qualche tempo attaccate alla veste per poi avvicinarsi a partecipare alla creazione di qualche torta di terra.
Il luogo dava una sensazione di zona franca come se si potesse estraniarsi dal massacro quotidiano, la mia vicina aveva gli occhi asciutti senza più lacrime . Aveva perso il marito e un figlio in un attentato al mercato mentre comperavano del cibo , lei si era salvata per caso insieme alla figlia sbattute dallo spostamento d’aria dietro al bancone del negozio. Da allora l’angoscia la soffocava , mi rivolse la parola senza muovere lo sguardo, la sua voce era atona e dovevo concentrarmi per capire le parole coperte dalle urla dei maschietti e dal cicaleccio delle bimbe . Era preoccupata del futuro, crescere una figlia senza padre in un paese dove le donne contano niente e le vedove ancora meno, faceva considerazioni con poco costrutto , non faceva domande , esemplificava situazioni. Un vecchio pick up si accostò alla rete , il motore tossicchiava, i nostri sguardi si alzarono allarmati. La donna vicino a me smise di parlare e per la prima volta da quando ero lì alzò gli occhi dove si leggeva il terrore. Il motore si spense , scese un uomo che senza alzare lo sguardo raccolse un sacco dal cassone e si incamminò zoppicante verso l’angolo del palazzo sbrecciato che si trovava davanti a noi. La tensione si stava attenuando , i bambini avevano continuato i loro giochi senza flessione, la donna al mio fianco aveva riabbassato lo sguardo e aveva ripreso a parlare ma io avevo perso la concentrazione non riuscivo a distinguere le parole. Il boato arrivò improvvisamente, lacerante , potente, mi ritrovai spostata come da una mano violenta , una percossa inattesa , i timpani offesi , aprii gli occhi e solo un cielo sporco sopra di me , un puzzo tremendo infestava l’aria. La mia mente non riusciva a connettere velocemente ero imbambolata , stordita , si fece strada il pensiero dei bambini ma non riuscivo a muovermi, sentivo un peso che mi opprimeva , il corpo non rispondeva. Il tempo era denso come la melassa , sentivo la stessa appicicosità tra le dita , dovevo sforzarmi ad alzarmi. Lentamente riuscii a mettermi seduta, un corpo era riverso su di me , lo spostai lentamente .non avrebbe più avuto paura del futuro.. il sangue aveva intriso le mie vesti ma non sapevo di chi era , non sentivo dolore, probabilmente mi aveva salvato. Gli occhi cercavano di mettere a fuoco l’ambiente circostante, tra il fumo vedevo corpi straziati , rottami contorti, un pensiero ritorno prepotente “i miei figli”, riuscivo a percepire nuovamente i suoni . I lamenti saliva alti come una cantilena ondulante , mi alzai in piedi cercando di non perdere l’equilibrio, cercavo di capire se ero ferita , sentivo scorrere qualcosa lungo le cosce , improvvisamente le due bimbe corsero urlando verso di me e ci stringemmo in un abbraccio , avevano delle abrasioni ma niente di importante . Mancava solo Hassan , mi muovevo in quella carneficina con difficoltà impedita dalle bimbe che non si staccavano . Guardavo con disperazione i volti dei corpi strapazzati dal burattinaio sperando di non vedere quello di Hassan. Poco distante un bimbo con le vesti strappate stava seduto con la faccia tra le mani, mi avvicinai e vidi che tra le dita scorreva il rosso sangue , era Hassan ferito tremante ma vivo. Tutto intorno a me perse i contorni , mi estraniai completamente, presi ad accarezzarlo lentamente e a parlargli, strappai una striscia di tessuto dallo Chador , dolcemente levai le sue mani dal viso . Un largo taglio apriva la sua fronte e il sangue colava copioso, con la striscia di tessuto tamponavo il taglio e controllavo che non avesse altre ferite. Lo presi in braccio e con le bimbe sempre strette alla mia veste cercai di avviarmi verso casa. Nel frattempo erano arrivati dei soccorsi , un uomo cercò di strapparmi Hassan dalle braccia per portarlo in ospedale ma riuscii ad impedirlo, lo avrei perso nuovamente. Sempre stordita arrivai in casa , mi liberai delle vesti ingombranti e fradice di sangue, lavai Hassan delicatamente . Aveva solo quel taglio di importante e una miriade di graffi , lo medicai alla meglio , lavai le bambine e poi me stessa. La paura si stava diffondendo , saliva densa a chiudermi la gola , un tremito squassava il corpo, non potevo lasciarmi sopraffare avevo tre creature da accudire. Il pensiero correva a quell’uomo che era sceso da quel pick up , che aveva scelto l’obbiettivo, alla coscienza di quell’essere non paragonabile neanche alle bestie , perché quelle uccidono per sfamarsi. Figli dello stesso Dio che non ha mai detto di uccidere per lui, dove qualcuno si arroga il diritto di levare il dono della vita a chi non ne ha neanche assaporato il gusto agrodolce. Dove andrà questo mondo se si sceglie di uccidere dei bambini perché domani saranno uomini. Mio marito entrò in casa , non so dopo quanto tempo, si guardò intorno ...il tanfo della paura saturava la stanza. La notte stessa buttammo le nostre povere cose su uno sgangherato furgone e ci allontanammo dalla città per andare a vivere nel villaggio dove abitava mia sorella e dove tutti si conoscono e saremmo stati più sicuri .
“Continuare a vivere sapendo che anche per gli altri hanno bisogno di noi” 30 novembre Quieto vento![]() si sente il respiro del mondo
questo quieto vento
che sparge foglie
sull' aia
raccogliendo i fugaci sguardi
dei sognatori
dei pittori di luce di luna
senti il battito della terra
ritmato dai raccoglitori dell'ultimo grano
questo tuo sentire
si trasforma in un vedere
del tocco di una mano che accarezza il cuore
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